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samedi 30 septembre 2017

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CORREZIONE FILIALE: QUASI QUADRUPLICATE LE ADESIONI. MIGLIAIA DI FIRME POPOLARI. PAROLIN: DIALOGARE… – STILUM CURIAE

CORREZIONE FILIALE: QUASI QUADRUPLICATE LE ADESIONI. MIGLIAIA DI FIRME POPOLARI. PAROLIN: DIALOGARE… – STILUM CURIAE

CORREZIONE FILIALE: QUASI QUADRUPLICATE LE ADESIONI. MIGLIAIA DI FIRME POPOLARI. PAROLIN: DIALOGARE…

Marco Tosatti

Si sono quasi quadruplicate, a partire dalle quaranta iniziali le adesioni di studiosi, professori teologi e religiosi alla "Correzione Filiale" consegnata al Pontefice l'11 agosto a Santa Marta e resa nota domenica scorsa, dopo che non era stata ricevuta nessuna risposta agli organizzatori. Attualmente hanno aderito in 156 studiosi. A fianco dell'iniziativa, che come sappiamo è riservata a persone di un certo livello accademico o teologico, se ne sono sviluppate altre, di appoggio. Quella di Life Site News ha raggiunto, a ieri, oltre le cinquemila adesioni (5025, per l'esattezza). Mentre quella lanciata da One Peter Five, di Steve Skojec, ieri aveva raccolto più di diecimila adesioni (10624, per la precisione). So dell'esistenza di altre raccolte di firme in appoggio popolare alla "Correzione Filiale", ma non sono in grado in questo momento di fornire dati più precisi. È da ricordare comunque che nei mesi scorsi una "Supplica filiale" al Pontefice, sempre su questo tema, aveva raccolto centinaia di migliaia di firme in tutto il mondo. Si tratta comunque di iniziative totalmente staccate e indipendenti rispetto ai "Dubia" avanzati al Papa e alla Congregazione per la Dottrina della Fede da quattro cardinali, di cui al momento sono in vita Brandmüller e Burke. E non è improbabile che a breve periodo ci possano essere novità di rilievo anche su quel fronte.

Appare sempre più evidente che non si tratta di iniziative folcloristiche, come vorrebbero far credere con maggiore o minore abilità e finezza gli agenti della propaganda iperpapista. Così come risulta sempre più incredibile e surreale il rifiuto a un confronto sui temi concreti e il silenzio del Pontefice. Non bastano certo battutine su San Tommaso, avidamente rilanciate dai tifosi papolatri a sciogliere perplessità e a riportare ordine in una situazione di cui Amoris Laetitia è stata il detonatore di confusione massima.

Con toni diversi persone diverse se ne stanno rendendo conto. Una frase del Segretario di Stato, il card. Pietro Parolin, è indicativa. A margine di un incontro di Aiuto alla Chiesa che Soffre gli è stata posta una domanda sulla Correzione Filiale. Il braccio destro del Pontefice ha detto: "È importante dialogare anche all'interno della Chiesa". E la persona che fino a pochi mesi fa rivestiva il ruolo più importante in Vaticano in campo teologico, il cardinale Gerhard Müller, in una intervista rilasciata a Edward Pentin, del National Catholic Register, ha detto che la Chiesa non ha bisogno di "polemiche e polarizzazioni", ma al contrario di "più dialogo e reciproca fiducia". Müller ha lanciato l'idea di una commissione composta da vari cardinali, nominati dal papa, che discutano teologicamente sulle parti controverse dell'Amoris Laetitia con rappresentanti dei Dubia e della Correzione. Forse si può leggere la dichiarazione del Segretario di Stato anche alla luce di questa proposta.

Vogliamo poi riportare le parole del solo vescovo firmatario, René Henry Gracida, novantaquattro anni, emerito di Corpus Christi, che ha così spiegato le sue ragioni: "Alcuni amici – scrive Gracida – mi hanno chiesto i motivi per cui ho scelto, domenica scorsa, di firmare la correzione filiale. Sinceramente mi sorprende che qualcuno senta il bisogno di chiederlo, perché la risposta è semplice e, spero, è evidente: amo la Chiesa. Amo la Chiesa in quanto corpo mistico di Cristo. Amo la Chiesa come comunità di uomini e donne fedeli, giovani e vecchi, liberali e conservatori. Mi dispiace vedere che le persone soffrono, come soffro anch'io, per la crisi che affligge la Chiesa". La correzione filiale "è così ben scritta, così rispettosa, così completa, così dettagliata" che il presule si attendeva "molti dei miei fratelli vescovi fossero felici di firmarla. Forse ingenuamente, ho pensato che la mia firma potesse incoraggiare altri vescovi a rendere pubblici i loro punti di vista, ma molti sono timidi e temono ritorsioni da parte di Roma"

Una delle adesioni più recenti è quella di don Andrew Pinsent, cinquantuno anni, di Brighton, direttore per la ricerca del Centro Iam Ramsey di Oxford su scienza e religione, sacerdote, teologo (laureato alla Gregoriana) e filosofo; inoltre è uno scienziato, con una laurea in fisica. Pinsent, ritiene "manipolato in modo ridicolo" l'ultimo sinodo, ( e chie legge questo blog, e chi leggeva San Pietro e Dintorni, sa quante prove abbiamo portato in questa direzione), ricorda che le richieste di chiarezza al Pontefice sono rimaste inevase, e che "come ha recentemente avvertito il professor Josef Seifert, prima di essere licenziato a causa delle sue posizioni, ci troviamo di fronte al rischio di una totale distruzione degli insegnamenti morali della Chiesa cattolica. Vorrei aggiungere che le contraddizioni ora introdotte negano la ragione stessa e sono catastrofiche per la missione della Chiesa. Dal momento che ho donato la mia vita al sacerdozio esclusivamente per la salvezza delle anime, ho dovuto aggiungere il mio nome alla correzione".



Le P. Basil Cole, OP, répond : la morale d’“Amoris laetitia” thomiste

Le P. Basil Cole, OP, répond : la morale d'"Amoris laetitia" thomiste

Le P. Basil Cole, OP, répond à l'affirmation selon laquelle la morale d'"Amoris laetitia" serait thomiste

Basil Cole OP répond morale Amoris laetitia thomiste

Le père Basil Cole, OP


 

Je vous propose ici la traduction d'un texte paru le 16 décembre 2016 dans le New Catholic Register sur le blog d'Edward Pentin. Le père dominicain Basil Cole répondait à l'affirmation du pape François selon laquelle la morale d'Amoris laetitia était « thomiste », affirmation qu'il vient de reproduire devant les Jésuites de Colombie en qualifiant d'erronées les assertions des auteurs de la Correctio filialis. – J.S.  

La réponse du P. Basil Cole sur la morale « thomiste » d'"Amoris laetitia"

  En raison de sa grande sagesse et de sa grande autorité, le nom de saint Thomas d'Aquin est parfois invoqué pour soutenir les assertions de théologiens, et même pour prendre la défense d'Amoris laetitia. Si vous avez le Docteur Angélique dans votre camp, c'est que tout va plutôt bien. Cela pose des questions sur la qualité des assertions et des documents qui méritent d'être appelés « thomistes », et de quelle manière on pourrait raisonnablement justifier ce qualitatif. Les observations suivantes peuvent aider à répondre à ces questions.
 
Premièrement, une chose peut être qualifiée de thomiste parce qu'elle prend exemple sur la méthodologie perfectionnée par l'Aquinate. Comme de nombreux auteurs, Thomas d'Aquin utilise de nombreuses « voix » différentes selon les occasions. Il fournit des commentaires sur l'Ecriture sainte ou sur des œuvres théologiques, des enseignements sur le credo, un exposé simple de la théologie dans sa Summa contra Gentiles (SCG), et ainsi de suite. Mais sa contribution la plus exceptionnelle et la plus précieuse est constituée par la Summa Theologiae (ST). Il y pose littéralement des centaines de questions, et il y répond toujours à la lumière de la tradition catholique – spécialement l'Ecriture sainte et les Pères – à l'aide d'une philosophie solide. Parfois il dit « oui », parfois « non », mais il prend soin de distinguer toujours lorsqu'il répond « "oui" d'une façon, mais "non" d'une autre ». Il aime la clarté. Comme il le disait, c'est l'œuvre de l'homme sage que « d'arranger de juger », c'est-à-dire, de méditer sur la vérité, de l'enseigner aux autres de manière ordonnée, et de réfuter les mensonges contraires (voir ST I, q. 1, a. 6, c. et ad 2; SCG I, c.1).
 
Deuxièmement, une chose peut être appelée thomiste parce qu'elle suit le propre enseignement de l'Aquinate. Avec des résultats variés.
 
Parfois, mais très rarement, suivre saint Thomas d'Aquin peut induire une personne dans l'erreur. Ce serait certainement le cas aujourd'hui si l'on niait le dogme de l'Immaculée Conception de la Bienheureuse Vierge Marie en partant du principe que Thomas d'Aquin le niait. De manière semblable, on aurait tort de soutenir l'avortement parce que Thomas d'Aquin croyait en l'hominisation retardée de l'embryon humain (voir ST I, q. 118, a. 2, ad 2). Ces deux questions ont été abondamment clarifiées par l'Eglise depuis le temps ou écrivait Thomas d'Aquin (voir Pie IX, Ineffabilis Deus et Jean-Paul II, Evangelium Vitae n. 57). Dans ces cas, il nous faut suivre l'Eglise et non pas les interprétations proposées par Thomas d'Aquin. L'enseignement magistériel ne dépend pas intrinsèquement de saint Thomas d'Aquin, mais de l'Ecriture sainte et de la Tradition sacrée, interprétée dans la continuation des enseignements antérieurs et à la lumière de la pensée la plus sûre. Au bout du compte, suivre la tradition constitue la position la plus authentiquement thomiste, car il était fermement opposé à toute position doctrinale qui ne fût pas fidèle à la Révélation divine et aux enseignements contraignants de l'Eglise.
 
Il y a un autre nœud que l'on peut rencontrer en citant Thomas d'Aquin au hasard ou sans être pleinement averti de son projet théologique. Saint Thomas était par excellence un penseur complet et cohérent. Le fait de faire son marché parmi ses affirmations sans considérer leur contexte et leur relation par rapport à ses autres points de vue pertinents aurait des effets aussi désastreux que le « proof texting » (la citation de court passage de la Bible au renfort d'une croyance d'une théorie particulière) de l'Ecriture sainte. On pourrait supposer que l'Aquinate soutient une éthique situationniste, lorsqu'il écrit : « Bien que dans les principes généraux, il y ait quelque nécessité, plus on aborde les choses particulières, plus on rencontre de défaillances […]. Dans le domaine de l'action, au contraire, la vérité ou la rectitude pratique n'est pas la même pour tous dans les applications particulières, mais uniquement dans les principes généraux ; et chez ceux pour lesquels la rectitude est identique dans leurs actions propres, elle n'est pas également connue de tous […]. Plus on entre dans les détails, plus les exceptions se multiplient. » (ST I-II, q. 94, a. 4 ; cité dans n. 304). Si on isole cela par rapport aux autres assertions de Thomas d'Aquin, cela pourrait paraître vouloir dire que le Docteur de l'Eglise affirme qu'aucune loi morale n'est absolue, mais qu'il faut un discernement dans chaque situation pour savoir si oui ou non un principe moral général s'applique à une situation particulière. Cependant, il ne s'agit pas là d'un authentique thomisme. L'éthique de situation contredit la ferme affirmation selon laquelle certaines normes morales valent toujours pour tous : ce sont les préceptes du Décalogue (ST I-II, q. 100, a. 8), et des préceptes universels négatifs du même ordre, car il condamne des actes qui sont « mauvais en eux-mêmes et ne peuvent devenir bons » (ST II-II, q. 33, a.2). Il dit expressément que « l'on ne peut commettre l'adultère en vue de quelque fin bonne » (De Malo, q. 15, a.1, ad 5). Dans la même veine, Thomas d'Aquin tient que certains actes « comportent une difformité qui leur est inséparablement attachée, tels la fornication, l'adultère et d'autres actes ce type, qui ne peuvent d'aucune manière être accomplis d'une manière moralement bonne » (Quodlibet 9, q. 7, a. 2). La raison d'être de ces normes sans exception est que la nature humaine ne change pas, pas plus que l'Evangile ou le mandat de l'Eglise, chargée de le transmettre sans souillure à travers les siècles. Certaines normes positives doivent être adaptées au temps, telle la relation d'une personne vis-à-vis de l'environnement. En de tels cas, l'enseignement magistériel s'adapte à des conditions qui changent – mais toujours sans contredire la raison ni les vérités déjà articulées par l'Eglise.
 
Pour finir, avec une théologie morale thomiste, on peut embrasser une position authentique de Thomas et bénéficier des connaissances qu'il offre en vue d'éclairer les vérités de la foi gardées de manière pérenne par l'Eglise. Par exemple, il explique la relation entre la sainte Eucharistie et le sacrement de pénitence. Saint Thomas s'appuie sur l'enseignement de Saint-Paul et l'explicite : « C'est pourquoi quiconque mangera ce pain ou boira le calice du Seigneur indignement, sera coupable envers le corps et le sang du Seigneur. » (1 Cor 11:27). « Aux pécheurs publics, on ne doit pas, même s'ils la demandent, donner la sainte communion. (…) Cependant, le prêtre qui a connaissance d'un crime peut avertir en secret le pécheur occulte, ou avertir en public tous les fidèles d'une façon générale, de ne pas s'approcher de la table du Seigneur avant de s'être repentis et de s'être réconciliés avec l'Eglise. » (ST III, q. 80, a.6).
 
En outre, Thomas d'Aquin affirme que, quelles que soient les raisons que puisse avoir une personne pour avoir des relations sexuelles hors mariage, « les actions faites en vue du plaisir sont simplement volontaires », de telle sorte que l'on ne peut soutenir à bon droit que des pressions extérieures sont causes de son péché (ST II-IIn q. 142, a. »). Dès lors qu'une personne pèche régulièrement contre le mariage de cette manière et développe le vice d'intempérance, sa raison est obscurcie et elle devient esclave de ses passions (ST II-II, q. 142, a. 4). Une telle personne n'est pas capable de recevoir les sacrements avec fruit tant qu'elle ne s'est pas repentie de tout son péché ni accompli un effort délibéré afin d'éviter les occasions proches de péché : « C'est le propre de la pénitence de détester ses péchés passés, et d'avoir la ferme intention, en même temps, d'amender sa vie » (ST III, q. 90, a.4). L'enseignement de Thomas d'Aquin est clair : une personne ne devrait pas recevoir la sainte communion ni l'absolution de ses péchés si elle n'a pas l'intention d'amender sa vie et de renoncer au péché public – y compris celui d'être sexuellement actif avec une autre personne qui n'est pas son époux sacramentel – un péché de scandale par lesquels on conduit d'autres à pécher (ST II-II, q. 43, a. 1).
 
En somme, la charge de la preuve repose sur quiconque veut faire flotter la bannière du thomisme au sommet de son édifice moral. Mais même cela ne suffit pas pour obtenir un signe de tête approbateur de la part de Dieu. Que l'on soit thomiste par méthodologie ou par le contenu, ce qui est le plus important, c'est d'être fidèle aux enseignements du Christ tels qu'ils sont exprimés dans l'Ecriture sainte et dans la sainte Tradition transmise par l'enseignement pérenne de l'Eglise, car : « Les Apôtres et leurs successeurs sont les vicaires de Dieu pour le gouvernement de cette Eglise qui est constituée par la foi et les sacrements de la foi. Aussi, de même qu'ils ne peuvent constituer une autre Église, ils ne peuvent transmettre une autre foi, ni instituer d'autres sacrements. »
 
P. Basil Cole OP  

Jeanne Smits

Le cardinal Burke de retour au Tribunal suprême de la Signature apostolique

http://lesalonbeige.blogs.com/my_weblog/2017/09/le-cardinal-burke-de-retour-au-tribunal-suprême-de-la-signature-apostolique.html

Former Vatican doctrine chief: ‘People working in the Curia are living in great fear’ | News | LifeSite

https://www.lifesitenews.com/news/fired-vatican-doctrine-chief-people-working-in-the-curia-are-living-in-grea?utm_source=LifeSiteNews.com&utm_campaign=b955a4f01c-Catholic_9_29_2017&utm_medium=email&utm_term=0_12387f0e3e-b955a4f01c-402192817

‘Apocalyptic’: Filial Correction organizer warns of schism if errors aren’t corrected | News | LifeSite

https://www.lifesitenews.com/news/apocalyptic-filial-correction-organizer-warns-of-schism-if-errors-aren?utm_source=LifeSiteNews.com&utm_campaign=b955a4f01c-Catholic_9_29_2017&utm_medium=email&utm_term=0_12387f0e3e-b955a4f01c-402192817

Correctio Filialis: respuestas a algunos críticos

Correctio Filialis: respuestas a algunos críticos

Correctio Filialis: respuestas a algunos críticos

La Corrección Filial publicada el domingo pasado atrajo más apoyo del que yo, como firmante, esperaba. Se sumaron firmas de a veintenas de parte de sacerdotes y académicos; más de 10.000 personas firmaron una petición de apoyo y sigue aumentando; y también lo reportó ampliamente en el mundo secular así como la prensa católica.

Hubo poco como respuesta sustancial a la Corrección, por parte de quienes defienden lo que ella critica. En esto quiero contemplar brevemente — a modo personal — tres de los intentos más serios por comprenderla. Esto se hace más fácil gracias a que todos ellos realizan, esencialmente, la misma crítica errónea.

Primero, Stephen Walford escribe de manera característica:

Es difícil saber por dónde empezar con esto: la hipocresía de las acusaciones irrisorias de herejía contra el Santo Padre. Empezaré con la hipocresía.

La hipocresía es el estado de aquellos cuyas creencias no corresponden con sus palabras, particularmente cuando desean que otros sostengan los estándares en los que ellos no creen. ¿Realmente imagina Walford que los firmantes no están siendo sinceros? ¿Cuál sería su motivación, Sr. Walford, si ellos mismos no creyeran que sus afirmaciones son ciertas? Es difícil evitar la conclusión de que, en realidad, Walford no cree que los firmantes sean hipócritas; a él solo le gusta cómo suena. De hecho, es su acusación la que resulta literalmente hipócrita, dado que acusa insinceramente a otros de realizar acusaciones falsas.

Cuando finalmente logra dar un argumento significativo, que una cita del Pastor aeternus del Vaticano I en una nota al pie de la Correctio,  deja afuera un fragmento que a él personalmente le gusta. Esto debe ser muy importante: todos sabemos que los fragmentos más importantes de un documento son las notas al pie de página. El fragmento omitido es este:

… esta Sede de San Pedro siempre permanece libre de error alguno, según la divina promesa de nuestro Señor y Salvador.

¿Qué creerá Walford que significa este fragmento? Está obviamente relacionado con la doctrina de la infalibilidad papal: 'infalibilidad' solo significa 'libre de error alguno'. ¿Acaso Pastor  aeternus quiere que pensemos, como Rex en Retorno a Brideshead, que cuando un Papa dice 'está lloviendo' debe ser así, incluso si al mirar por la ventana vemos que evidentemente no lo es? No, Pastor aeternus es el documento que establece precisamente las circunstancias extremadamente limitadas en las que uno podría decir de las palabras de un Papa: 'esa declaración está protegida por el don de la infalibilidad'.

¿Incluyen esas circunstancias la misiva privada del Papa, por ejemplo a los obispos de Buenos Aires, que luego se filtra a la prensa? ¿Incluyen la aprobación del Papa, tácita quizás, a la impresión de algo en el periódico del Vaticano, por ejemplo los lineamientos para la aplicación de Amoris laetitia establecidos por los obispos de Malta? No, Sr. Walford, estos no son actos infalibles de oficio educativo petrino; no son actos del oficio educativo petrino en absoluto.

El principal error de Walford, es entonces, el ignorar la declaración central de la Correctio, y  centrarse en algo que la Correctio intenta no decir. La verdadera declaración es: el Papa ha dejado poca duda acerca de cómo quiere que comprendamos y apliquemos Amoris, y esta comprensión es, en última instancia, incompatible con la fe. Lo que a Walford le gustaría que dijese es que Amoris es inequívocamente errónea en sí misma.

Quizás ciertos pasajes de Amoris apunten en una dirección problemática, pero por mi parte, yo estaba listo para leerlos a la luz de la antigua enseñanza de la Iglesia — quien tenga dudas sobre esto puede leer los artículos que escribí tras su publicación. Demonios, hasta incluso critiqué a Steve Skojek por esto. Ahora soy yo el idiota, junto con todos aquellos que intentaron otorgarle el beneficio de la duda. Sin embargo, aquí la clave no está en las palabras precisas de Amoris, sino en la manera en la que el papa Francisco estuvo indicando, de forma no magisterial, la manera en que debiera ser interpretada.

El mismo error de Walford lo repiten  Robert Fastiggi y Dawn Eden Goldstein. Ellos encontraron una discrepancia entre el texto oficial en latín y la traducción en inglés, y afirman que los autores de la Correctio se extraviaron por esto. Bueno, ese es potencialmente un punto interesante, pero en realidad los idiomas maternos de muchos de los firmantes son aquellos en los cuales Amoris tiene una traducción mejor, según Fastiggi y Goldstein. Es más, la diferencia mencionada no provoca una diferencia importante en el significado del pasaje.

Sin embargo, no entraré en los detalles porque es irrelevante. No estamos diciendo que el texto de Amoris no pueda ajustarse a alguna clase de ortodoxia. Lo que estamos diciendo es que ha quedado claro que no es ortodoxia lo que el papa Francisco quiere que encontremos en ella.

Finalmente, está  Jacob Wood. Gran parte de su artículo es preciso y útil. En lo que no lo es tanto es al afirmar que la Correctio provoca escándalo. Debiera ser obvio para todo aquel que ame la Iglesia, que resulta menos escandaloso que si un Papa favoreciera el error y los fieles católicos permanecieran en silencio. Creo que no hace falta insistir en este punto.

Pero su veredicto final sobre la Correctio parece ser este:

Ninguno de los pasajes de Amoris Laetitia citados en la corrección niega explícitamente que una persona que comete un mal grave a conciencia y por voluntad propia se distancia de la gracia de Dios.

Habiendo realizado la distinción necesaria entre que un Papa proponga explícitamente una herejía y que la promueva, Wood no llega a considerar los actos (personales) del papa Francisco, muchos mencionados en la Correctio, que favorecen esta idea. En última instancia, de esto se trata la Correctio.

Como mencioné antes, al momento, las respuestas significativas a la Correctio carecen de sustancia. Por supuesto, hay una razón para ello. Su caso no solo es débil, sino que el hecho de entrar en una discusión detallada sobre los puntos importantes conduce la discusión hacia una dirección que pareciera que el papa Francisco no quiere que vaya. Él podría haber aclarado la 'confusión' en cualquier momento, publicando una afirmación magisterial, pero hay un valor en la ambigüedad, ya que permite una variedad de interpretaciones mientras que algunos todavía pueden afirmar — correctamente — que formalmente no se ha promulgado nada contrario a la fe. Tal como a algunos de sus defensores les gusta decir, dialogar, por ejemplo respondiendo la dubia, sería una 'trampa'. En algún sentido, cualquier aclaración sería una reafirmación de la primacía de la claridad teológica, el magisterio, y las normas.

Pero esa posición, o rehusar una clarificación, se está desmoronando. Ahora tenemos a dos cardenales, Müller y el Secretario de Estado, el cardenal  Parolin, llamando a un debate serio entre el Vaticano y críticos tales como los cardenales que firmaron la 'dubia'. Tal vez, solo tal vez, se están acercando al final del juego.

Joseph Shaw

(Traducido por Marilina Manteiga. Artículo original)

Edición en español del prestigioso blog tradicionalista internacional RORATE CÆLI especializado en noticias y opinión católica. Por política editorial no se permiten comentarios en los artículos

vendredi 29 septembre 2017

La herejía luterana del Papa Francisco

La herejía luterana del Papa Francisco

La herejía luterana del Papa Francisco

Todavía tenemos presente la alabanza del Papa Francisco a Martín Lutero. El año pasado, hablando de improviso con los periodistas durante el vuelo de regreso de su visita a Armenia, en respuesta a una pregunta sobre las relaciones con los luteranos en vísperas del 500º aniversario de la Reforma, dijo las siguientes palabras, jamás desmentidas:

"Creo que las intenciones de Martin Lutero no eran equivocadas. En ese tiempo la Iglesia no era precisamente un modelo para imitar, había mundanidad, había apego al dinero y al poder. Y por eso protestó. Aparte era inteligente y dio un paso adelante, justificando por qué hizo esto. Y hoy los luteranos y los católicos, con todos los protestantes, estamos de acuerdo sobre la doctrina de la justificación: sobre este punto tan importante él no se había equivocado . Él hizo una "medicina" para la Iglesia, luego esta medicina se consolidó en un estado de cosas, una disciplina, etc. "[1].

Es difícil describir el desconcierto suscitado en ese momento por estas palabras. Con todo, cabe señalar un punto que en aquel momento no se había tenido suficientemente en cuenta. El elogio de la doctrina luterana se justificaba a los ojos del papa Francisco por el hecho de que los católicos y los protestantes de hoy "están de acuerdo sobre la doctrina de la justificación". Precisamente este acuerdo demostraría,  por consecuencia lógica, que "sobre este punto importante Lutero no estaba equivocado ".

¿A qué acuerdo se refiere aquí el pontífice? Evidentemente a la Declaración conjunta sobre la doctrina de la justificación , firmada por el Consejo Pontificio para la Unidad de los Cristianos y la Federación Luterana Mundial el 31 de octubre de 1999. Un documento increíble, sin dudas un unicum en la historia de la Iglesia. Se enumeran artículos de fe que los católicos tendrían en común con los herejes luteranos, manteniendo veladas las diferencias y dando a entender que las condenas de antaño ¡ya no son aplicables hoy día! Es obvio que en el documento las diferencias no importan, ya que el propósito mismo del documento es poner de manifiesto los supuestos elementos en común entre nosotros y los herejes. Así, en el § 3 de esta Declaración, titulado:  La comprensión común de la justificación, se lee, en el n. 15: "Juntos confesamos que no por virtud de nuestros méritos, sino sólo por gracia y por la fe en la obra salvífica de Cristo, somos aceptados por Dios y recibimos el Espíritu Santo, que renueva nuestros corazones, nos fortalece y nos llama a realizar las buenas obras" [2]. En el n. 17, en el mismo párrafo, se añade, de manera siempre compartida, que "…ésta [la acción salvífica de Dios] nos dice que nosotros, en tanto pecadores, debemos nuestra nueva vida sólo a la misericordia de Dios que perdona y hace nuevas todas las cosas, misericordia que  podemos recibir sólo como don en la fe, pero que nunca y de ninguna manera podemos merecer". Y finalmente, en el n. 19 (par. 4.1)  encontramos afirmado en común y presentado como cosa obvia el principio según el cual "la justificación se da sólo por  obra de la gracia" [3].

En lo que respecta a las buenas obras, el Documento declara, en el n. 37, par. 4.7: Las buenas obras del justificado: "Juntos confesamos que las buenas obras -una vida cristiana en la fe, en la esperanza y en el amor- son la consecuencia de la justificación y representan sus frutos" [4]. Pero esta proposición es contraria al dictado del Concilio de Trento, que reafirma el carácter meritorio de las buenas obras para la vida eterna, para cuya consecución resultan necesarias.

Frente a tales afirmaciones, ¿cómo sorprenderse si el papa Francisco vino a decirnos que "en este punto importante Lutero no estaba equivocado"? ¿O bien, que la doctrina luterana de la justificación es correcta? Si no está equivocada, evidentemente es correcta; si es correcta, es justa. Tan justa como para haber sido adoptada por la Declaración Conjunta, como se desprende de los pasajes citados si se los lee tal como constan, sin dejarse condicionar por una presunción de ortodoxia doctrinal, aquí completamente fuera de lugar. De este modo, el luterano sola fide y sola gratia se comparte sin vacilaciones, al igual que la idea errónea de que las buenas obras deben entenderse sólo como consecuencia y fruto de la justificación.

Por lo tanto, debemos proclamar en voz alta que la profesión de fe compartida con los herejes luteranos contradice abiertamente lo declarado por el dogmático Concilio de Trento al reafirmar  la doctrina católica de siempre. Al término de su decreto sobre la justificación, el 13 de enero 1547, aquel Concilio fulminó 33 anatemas con sus relativos cánones, el 9º de los cuales reza, en contra de la herejía de la sola fide :

"Si alguien dice que el impío es justificado por la fe sola, por lo que se entiende que no se espera de él nada más con lo que coopere para obtener la gracia de la justificación, y que no es en absoluto necesario que se prepare y que se disponga con un acto de su voluntad: sea anatema "[5].

Contra la herejía relacionada de la sola gratia, el canon n. 11:

"Si alguien dice que los hombres son justificados o sólo por la imputación de la justicia de Cristo, o con la sola remisión de los pecados, sin la gracia y la caridad que se derrama en sus corazones por el Espíritu Santo [Rm 5: 5] y se inhiere en ellos; o también que la gracia con la que estamos justificados es sólo favor de Dios: sea anatema "[6].

Contra la herejía que hace de las buenas obras un mero fruto o consecuencia de la justificación obtenida solamente por la fe y por la gracia, como si las buenas obras no pudieran concurrir de algún modo, el canon n. 24:

"Si alguien dice que la justicia recibida no se conserva y también aumenta a la faz de Dios por las buenas obras, sino que éstas son simplemente fruto y signo de la justificación alcanzada, y no causa de su aumento: sea anatema" [7].

El "alguien" condenado aquí es notoriamente Lutero, junto con todos los que piensan como él acerca de la naturaleza de la justificación. Y como Lutero, ¿no parece acaso razonar la extraordinaria Declaración Conjunta? Sobre la cual habría algo más que decir, por ejemplo sobre el ambiguo § 4.6 dedicado a la certeza de la salvación. Esta desgraciada Declaración conjunta llegó al término de un "diálogo" de varios decenios con los luteranos, diálogo intensificado durante el reinado de Juan Pablo II, y por lo tanto con la plena aprobación del entonces cardenal Ratzinger, que evidentemente mantuvo su adhesión a la iniciativa una vez que se convirtió en Benedicto XVI. Es menester entonces admitir que el papa Francisco, en su manera desembozada de expresarse, sacó a la luz lo que estaba implícito en el "diálogo" con los luteranos y en su fruto final, la Declaración conjunta: que Lutero había visto correctamente, que su concepción de la justificación "no estaba equivocada".

Así que ¡chapeau a Lutero entonces! ¿Esto es lo que los católicos tenemos que recibir, y en un tono del todo convencido, a 500 años del cisma protestante que, de un modo acaso irreparable, devastó a la Iglesia universal desde sus cimientos? El "jabalí sajón" que pisoteaba y profanaba todo, ¿tenía  entonces razón? ¿Y es nada menos que un papa quien nos lo asegura?

Sabemos que la doctrina luterana defiende la idea, contraria a la lógica y al buen sentido -así como a  la Sagrada Escritura-, según la cual somos justificados (hallados justos por Dios y aceptados en su Reino al final de los tiempos) sola fide, sin el necesario concurso de nuestras obras, es decir, sin la necesidad de la contribución de nuestra voluntad para cooperar libremente con la acción de la gracia en nosotros. Para obtener la certeza de nuestra salvación individual, aquí y ahora, alcanza con tener (dice el hereje) la fides fiducialis: creer que la crucifixión de Cristo mereció y alcanzó la salvación para todos nosotros. Por sus méritos, la misericordia del Padre se extendería sobre todos nosotros como un manto que cubre nuestros pecados. No hay necesidad, por lo tanto, para la salvación, que cada uno de nosotros procure convertirse en un hombre nuevo en Cristo, lanzándose hacia él generosamente en pensamientos, palabras, obras, y pidiendo siempre la ayuda de su gracia para este fin (Jn 3). Es suficiente con la fe pasiva en la salvación alcanzada por obra de la Cruz, sin necesidad de la contribución de nuestra inteligencia y voluntad. Las buenas obras pueden provenir de esta fe (en haber sido justificados) pero no pueden concurrir a nuestra salvación: ¡creerlo así sería incurrir en pecado de orgullo!

* * *

El propósito de mi intervención no es analizar los errores de Lutero. Quiero, en cambio, abordar la siguiente cuestión, que no me parece de poca importancia: el escandaloso elogio público del papa Francisco a la doctrina luterana sobre la justificación, condenada formalmente como herética, ¿no es en sí mismo también herético?

De hecho, declarando públicamente que Lutero "no se había equivocado" con su doctrina de la justificación sola fide y sola gratia, ¿no invita acaso el Papa a abrazar la conclusión de que la doctrina luterana no está equivocada, y por lo tanto es justa? Si es justa, entonces la herejía se vuelve justa y el papa Francisco demuestra aprobar una herejía siempre reconocida y rechazada como tal por la Iglesia hasta la increíble Declaración conjunta (la cual, como cabe recordar, no tiene el poder de revocar los decretos dogmáticos del Concilio de Trento: éstos permanecen válidos para siempre, con todas sus condenas, ya que pertenecen al Depósito de la Fe y es simplemente flatus vocis el tratar de reducir estas condenas a simples "advertencias saludables que debemos tener en cuenta en la doctrina y la práctica") [8].

Pero ningún Papa puede aprobar una herejía. El Papa no puede profesar errores de fe o herejías, ni siquiera como individuo privado (como "doctor privado", según suele decirse). Si lo hace, debe pedírsele públicamente una retractación y una profesión de la verdadera doctrina, como ha ocurrido en el siglo XIV con Juan XXII, uno de los "Papas de Aviñón."

Pero el caso de Juan XXII no es susceptible de constituir un precedente para la situación actual. En numerosos sermones aquel Papa había argumentado, en el tramo final de su larga vida, que el alma del bienaventurado no habría sido inmediatamente admitida a la visión beatífica sino que habría debido esperar hasta el día del juicio final (la teoría de la visión diferida). Con todo, aquel papa presentaba esta tesis como una cuestión doctrinal abierta, a los fines de resolver cuestiones relacionadas con la teología de la visión beatífica (por ejemplo, aquella de la eventual mayor visión de Dios después del Juicio Universal que la disfrutada por el bienaventurado inmediatamente después de su muerte, cuestión compleja pasible de profundización en la calma de un debate teológico de alto nivel) [9]. Pero las pasiones políticas se entrometieron, encendiendo las almas -era la época de la lucha acérrima contra las herejías de los Espirituales y el emperador Ludovico el Bávaro. Ciertos Espirituales comenzaron a acusar facciosamente al Papa de herejía y el problema de la "visión beatífica inmediata o diferida" llegó a involucrar a toda la cristiandad. Después de numerosos y encendidos debates se afirmó de parte de la gran mayoría -incluidos obviamente teólogos y cardenales- la opinión de que la tesis del Papa era insostenible. Él insistió aunque, a decir verdad, no se puede decir que se tratase de una herejía, sea porque aquel papa demostró ampliamente no tener el animus del hereje, sea porque se trataba de una cuestión aún no definida doctrinalmente. Al final, casi ya nonagenario y en la vigilia misma de su muerte, se retractó ante tres cardenales el 3 de diciembre de 1334. Su sucesor, Benedicto XII, definió ex cátedra, en la constitución apostólica Benedictus Deus del 29 de enero de 1336, que la "visión inmediata" es el artículo de fe que debe sostenerse, dejando tácitamente caer la cuestión del eventual aumento de la visión beatífica en el momento de la resurrección final y el juicio universal [10].

Así, Juan XXII retractó su opinión privada como teólogo. Es útil recordar el caso de Juan XXII sólo para entender que éste no puede constituir un precedente del caso que nos ocupa, desde el mismo momento en que aquel Papa no elogió herejías ya formalmente condenadas por la Iglesia, como en cambio sí lo hace el actual y reinante, limitándose a propugnar (y con amplio debate) una solución doctrinal nueva, que luego se reveló no pertinente.

Me parece que la alabanza de la herejía luterana hecha por el Papa Francisco no tiene precedentes en la historia de la Iglesia. Para superar el escándalo y el malestar provocados por él, ¿no debería retractarse y reiterar la condena de la herejía luterana ? Me atrevo a afirmar, como simple fiel: debehacerlo, ya que confirmar a todos los fieles en la fe, manteniendo inalterado el Depósito, es deberespecífico del Romano Pontífice. Elogiando abiertamente al hereje Lutero y sus graves y perniciosos errores, el papa Francisco ha fallado, en primer lugar, a su deber como Pontífice, como Pastor Supremo del rebaño que Dios le ha confiado para defenderlo de los lobos, no para entregárselo como alimento.

Entre otras cosas, proclamar que Lutero "no se había equivocado", ¿no significa declarar implícitamente que se equivocaron los que lo condenaron formalmente como hereje? Si Lutero estaba en lo cierto, entonces estaban errados los papas que sucesivamente lo condenaron (al menos tres: León X, Adriano VI y Clemente VII), así como el dogmático Concilio de Trento, que condenó por extenso sus errores. Diciendo que Lutero "no se había equivocado" se contradicen quinientos años de Magisterio de la Iglesia e incluso se disuelve este mismo magisterio, privándolo de toda autoridad, desde el momento en que por el lapso de  quinientos años habría condenado a Lutero por un error inexistente. La frasecita lanzada allí, en la entrevista aérea, implica que durante muchos siglos se habrían equivocado todos: papas, cardenales, obispos, teólogos, ¡hasta el más simple sacerdote! La Iglesia habría estado privada por muchos siglos del auxilio del Espíritu Santo que, por el contrario, habría hecho irrupción sólo en estos tiempos, con el Vaticano II y con las reformas por éste promovidas, entre las cuales la Declaración conjunta...

Podría objetarse, en este punto: ¿es legítimo sostener que quien pública y abiertamente comparte una herejía patente debe ser considerado hereje a su vez? Lo es, de la manera más absoluta. Hereje por asociación o por complicidad, si así se puede decir. Es muy claro que quien aprueba en su fuero íntimo las faltas profesadas por el hereje se hace moralmente cómplice porque las hace propias en el plano intelectual. Y se hace cómplice también en el fuero externo si manifiesta públicamente su aprobación. Tal aprobación no puede ser considerada como neutral e irrelevante para el Depósito de las verdades de fe. Quien aprueba en plena conciencia (y además, sin distinción), comparte y hace  suyo lo que ha aprobado: suscribe libre y plenamente, adhiere, se hace partícipe. Quien aprueba libremente una opinión ajena demuestra que la ha hecho propia y que puede atribuirse a él, como si fuera suya. Esto se aplica también a las herejías, que nacen como opiniones personales del hereje.

De hecho, "se llama herejía la negación pertinaz, después de recibido el bautismo, de una verdad que ha de creerse con fe divina y católica, o la duda pertinaz sobre la misma" (CIC 1983, c. 751). Endureciéndose en su equivocada opinión, el hereje empieza a fabricar esa "medicina" (como dice el papa Francisco), que es en realidad un veneno que penetra en las almas, separándolas de la verdadera fe y empujándolas a la rebelión contra los legítimos pastores. Alabar a Lutero y encontrar acertada su herejía de sola fide significa, como he dicho, manifestar una visión incomparablemente más grave que aquella errónea de Juan XXII acerca de la visión beatífica. Mucho más grave, habiendo el actual Pontífice alabado una herejía ya condenada formal y solemnemente como tal a lo largo de cinco siglos por los papas de forma individual, y por un concilio ecuménico de la Santa Iglesia, como lo fue el dogmático tridentino. Si la gravedad mayor del hecho no afecta a su naturaleza, que sigue siendo la de una declaración privada, la de una repentina exteriorización de un Papa que se expresa como "doctor privado"; sin embargo, el ser una  tal exteriorización privada no disminuye su gravedad, subversora de todo el magisterio de la Iglesia. Es menester, por lo tanto, una pública reparación bajo la forma de  una rectificación.

Otra objeción podría ser la siguiente: el Papa Francisco hizo estas declaraciones contra fidem en discursos privados, incluso si se celebraron frente a una audiencia y para la platea mundial de los medios de masas. No resultando de los documentos oficiales de la Iglesia, no tienen valor magisterial. ¿No sería suficiente con ignorarlos?

Es cierto que no tienen valor magisterial. Si lo tuviesen, los órganos eclesiásticos competentes (el Colegio cardenalicio, o bien cardenales individuales) estarían legítimamente facultados (yo creo) para pedir que el papa Francisco sea formalmente acusado de herejía manifiesta.

Sin embargo, no es posible hacer de cuenta que aquí no ha pasado nada. Además de representar una grave ofensa a Nuestro Señor, estas declaraciones espontáneas y de corte heterodoxo del Papa tienen un gran peso en la opinión pública, contribuyendo sin dudas a la manera incorrecta en la que muchos creyentes e incrédulos perciben a la religión católica en la actualidad. El hecho es que un Papa, incluso cuando se limita a conceder entrevistas, no es nunca un simple privado. Incluso cuando no habla ex cathedra, el Papa es siempre el Papa, cada frase suya es siempre considerada y sopesada como si la hubiera pronunciado ex cathedra. En suma, el Papa impone siempre autoridad, y es una autoridad que no se discute. Incluso a fuer de "doctor privado", el Papa tiene siempre aquella autoridad que es superior a las autoridades habituales del mundo civil, por tratarse de una autoridad que proviene de la misma institución, del Papado, del hecho de ser éste el oficio del Vicario de Cristo en la tierra. La tiene, independientemente de sus cualidades personales, sean muchas que pocas.

Por lo tanto, no es aceptable que un Papa, incluso como simple "doctor privado", trace el elogio de la herejía. No es aceptable que el papa Francisco declare opinión "no equivocada", y por lo tanto correcta, a la herejía de Lutero sobre la justificación. Por el bien de su alma y de las de todos nosotros los fieles, debe cuanto antes retractarse y renovar las condenas argumentadas y solemnes que desde hace cinco siglos la Iglesia docente ha infaliblemente infligido contra Lutero y sus secuaces.

Paolo Pasqualucci
(Fuente: In Exspectatione. Traducido por F.I)

_________________________

[1] Texto tomado del sitio Riscossa Cristiana, artículo de M. Faverzani de junio de 2016, p. 2 de 2, originalmente en el sitio Corrispondenza Romana. El texto reproduce fielmente el habla del Papa, según ha informado la prensa internacional. Los subrayados son míos. Sobre el elogio de Francisco a Lutero, veánse mi dos precedentes trabajos en el blog Chiesa e Postconcilio: P. Pasqualucci, Lo scandaloso elogio di Bergoglio a Lutero, sulla giustificazione, 7 de julio de 2016; P. Pasqualucci,  La vera dottrina della Chiesa sulla giustificazione, 29 de octubre de 2016.

[2] Declaración conjunta sobre la doctrina de la justificación, www.vatican.va, p. 5/22.

[3] Op cit., P. 5/22 y 6/22. Los subrayados son míos.

[4] Op cit., P. 10/22. Los subrayados son míos. Téngase en cuenta el carácter vago y general atribuido a la noción de "buenas obras": ninguna alusión al hecho de que éstas actualizan la observancia de los Diez Mandamientos y la lucha diaria de cada uno de nosotros por su santificación, con la ayuda imprescindible y decisiva de la gracia.

[5] Giuseppe Alberigo (ed.), Decisioni dei Concili Ecumenici, tr. it. por Rodomonte Galligani, UTET, 1978, p. 553; DS 819/1559.

[6] Op. Cit., P. 554; DS 821/1561.

[7] Op cit., P. 555; DS 834/1574. Véanse también los cánones n. 26 y 32, que reafirman el significado de "premio" de las buenas obras para la vida eterna y por lo tanto "merecedores" de la misma, siempre para la vida eterna -entiéndase: cumplidas siempre las buenas obras de parte del creyente "por la gracia de Dios y los méritos de Jesucristo (de quien es un miembro vivo)": op. cit., pp. 556 – 557 (DS 836/1576; 842/1582). ¡Aunque falten del todo las buenas obras, el luterano está convencido de salvarse igualmente!

[8] No teme expresarse así la Declaración Conjunta en el n. 42, par. 5.

[9] Sobre este punto, véanse las precisas observaciones del teólogo P. Jean-Michel Gleize, FSSPX, en la compilación de seis breves artículos suyos titulado: En cas de doute …, Courrier de Rome ', janvier 2017, LII, n ° 595, pp. 9-11. Los artículos abordan en profundidad el problema del "Papa hereje".

[10] Voz Juan XXII de la Enciclopedia Treccani, por Charles Trottman, tr. it. por Maria Paola Arena, p. 25/45, disponible en Internet. Véase también Gleize, op.cit ., p. 10. Para los textos: DS 529-531 / 990-991; 1000-1002.

Artículos de opinión y análisis recogidos de otros medios. Adelante la Fe no concuerda necesariamente con todas las opiniones y/o expresiones de los mismos, pero los considera elementos interesantes para el debate y la reflexión.

jeudi 28 septembre 2017

Catholiques : Rosaire aux frontières pour  la Pologne et l’Europe

Catholiques : Rosaire aux frontières pour  la Pologne et l'Europe

Rosaire aux frontières : le 7 octobre, les catholiques polonais prieront le long de leurs frontières pour la Pologne, l'Europe et le monde

catholiques Rosaire frontières Pologne Europe

Ratuj różańcem Polskę i Świat
Sauve la Pologne et le monde avec le Rosaire
—–
Różaniec do granic
(inscription en forme de croix sur la Pologne) : Rosaire aux frontières


 

Un million de Polonais le long des frontières pour dire le chapelet, est-ce possible ? Tout semble réuni pour que l'objectif des organisateurs laïcs de cette initiative soutenue par l'épiscopat soit atteint. Les catholiques polonais rejoindront le mois prochain les frontières terrestres, maritimes et aériennes (dans les aéroports) du pays afin de réciter ensemble le Rosaire pour le salut de la Pologne, de l'Europe et du monde. Ainsi que le rappelle le site Internet consacré à cet événement religieux, le 7 octobre est le jour de la fête de Notre-Dame du Rosaire instaurée après la bataille de Lépante où la flotte de la Sainte-Ligue constituée à l'initiative du pape Pie V l'emporta sur la flotte ottomane, sauvant l'Europe de l'islamisation. Pour obtenir la victoire, Pie V avait appelé les chrétiens à réciter le Rosaire jour et nuit pour demander l'intercession de la Vierge Marie.  

Le Rosaire comme arme pour sauver l'Europe face aux graves dangers qui la guettent aujourd'hui

  On peut lire sur le site de l'événement : « Le Rosaire est une arme puissante dans la lutte contre le mal. Si puissante qu'elle peut changer le cours de l'histoire, et des milliers de témoignages et de miracles documentés sont là pour prouver son efficacité hors du commun. Marie est Reine de Pologne, elle prend soin de nous depuis des générations, aux moments critiques de notre histoire elle a toujours été auprès de nous et nous auprès d'Elle. Pour sauver le monde, la Mère de Dieu nous invite à la prière du Rosaire. C'est pourquoi nous croyons que si le Rosaire est récité par environ un million de Polonais aux frontières du pays, cela peut non seulement changer le cours des choses, mais aussi ouvrir les cœurs de nos compatriotes à l'action de la Grâce divine. La puissante prière du Rosaire peut influer le destin de la Pologne, de l'Europe et même du monde entier » (une traduction du texte complet est proposée ici).
 
Le 7 octobre, ce sera aussi le premier samedi du mois, jour de célébration du Cœur Immaculé de Marie demandée par la Sainte Vierge elle-même lors de ses apparitions à Fatima il y a 100 ans.  

Les évêques appellent les catholiques de Pologne à se joindre à la prière du Rosaire aux frontières

  La conférence des évêques de Pologne invite les fidèles à se joindre à cette prière nationale qui s'inscrit dans la suite de la grande journée de pénitence publique organisée il y a un an par des laïcs au sanctuaire de Jasna Góra à Częstochowa, après les « marches noires » en faveur de l'avortement. La prière du Rosaire aux frontières sera retransmise en direct par la radio catholique Radio Maryja pour permettre, ainsi que le demandent les évêques, la participation des familles restées chez elles, des malades dans les hôpitaux et des communautés paroissiales dans les églises.
 
Chacun peut déclarer sa participation dans une des églises ou chapelles participant à cette prière du Rosaire le long des frontières du pays, que l'on peut voir sur cette carte.
 
Quand son pays s'est retrouvé sous le joug communiste après la guerre, le cardinal August Hlond, primat de Pologne, a déclaré que la victoire ne pourrait venir que par Marie. Ces mots ont été repris par le cardinal Wyszyński puis par saint Jean-Paul II. Aujourd'hui, seule l'intercession de la Vierge Marie peut sauver les familles polonaises de la laïcisation rampante, à l'européenne, et ramener les autres nations du continent au Christ. Mais aussi protéger l'Europe de l'islamisation, y compris en priant pour la conversion des musulmans.  

Olivier Bault

Il Papa e i vescovi polacchi. 

Il Papa e i vescovi polacchi. 

Il Papa e i vescovi polacchi. 

Il presidente della Conferenza episcopale polacca, l'arcivescovo Stanislaw Gadecki, ha fatto qualche breve dichiarazione sull'incontro a porte chiuse del Pontefice con i vescovi della nazione.  

 

Non c'era un discorso preparato, e secondo quanto riporta LifeSiteNews il Papa avrebbe parlato soprattutto del problema della comunione ai divorziati risposati. L'episcopato polacco, alla vigilia della visita per la Giornata Mondiale della Gioventù. "Il Santo Padre ha detti che le leggi generali sono molto difficili da applicare in ogni Paese, e così parla di decentralizzazione", ha rivelato Gadecki.    

 

Per questo il Pontefice, sempre secondo Gadecki, avrebbe detto che le conferenze episcopali "potrebbero di loro iniziativa non solo interpretare le encicliche papali, ma anche, osservando la loro propria situazione culturale, affrontare in maniera appropriata alcuni temi specifici". Nell'esortazione apostolica Amoris Laetitia il Pontefice aveva scritto che non tutte le discussioni su temi di dottrina, morale e pastorale hanno bisogno di essere risolti da un intervento del Magistero, ma che ogni Paese o regione possono trovare soluzioni che si adattino meglio alla sua cultura e siano sensibili alle sue tradizioni e ai bisogni locali". Questo passaggio ha creato perplessità.  

 

Il cardinale Arinze, già Prefetto della Congregazione per il Culto Divino, ha detto che le Chiese locali non possono insegnare cose diverse da Roma senza mettere a rischio l'unità della Chiesa. "I Dieci comandamenti non soggetti a frontiere nazionali". Anche diversi canonisti hanno avanzato riserve su questo punto, che potrebbe mettere in pericolo l'uniformità dei sacramenti.  

Une Europe qui a renoncé au Christ ne sera pas capable de préserver son identité

Le Salon Beige - blog quotidien d'actualité par des laïcs catholiques: Une Europe qui a renoncé au Christ ne sera pas capable de préserver son identité

Une Europe qui a renoncé au Christ ne sera pas capable de préserver son identité

Le 22 septembre se tenait à la résidence de l'ambassadeur de Russie en Grande-Bretagne, un symposium international sur l'avenir chrétien de l'Europe. Le métropolite Hillarion, directeur du département des relations extérieures du patriarcat de Moscou de l'Église orthodoxe russe, y prononça le discours d'ouverture. Extrait trouvé dans Christianophobie Hebdo :

Images"Le déclin contemporain du christianisme dans le monde occidental peut être comparé à la situation dans l'empire russe avant 1917. La révolution et les événements dramatiques qui l'ont suivie avaient des causes profondément spirituelles autant que sociales et politiques. Depuis de longues années, l'aristocratie et l'intelligentsia avaient abandonné la foi, et le peuple ordinaire suivit [cet exemple].

[...] Dans les années de l'immédiat après-­guerre, le christianisme joua un rôle considérable dans le processus d'intégration européenne qui, dans le contexte de la Guerre froide, fut considéré comme l'un des moy­ens de contenir l'expansion de la propagande athée et de l'idéologie communiste. Dans sa propagande anticom­muniste, le Vatican s'appuya sur l'unification européenne, sur les partis démocrates chrétiens de l'Europe occidentale. Ces derniers croyaient fermement que la civilisation occidentale était intimement liée aux valeurs chré­tiennes, et ils avaient à se défendre contre la menace communiste. Pie XII soutint la création d'une communauté européenne comme étant une « mission historique de l'Europe chrétienne ».

[...] Et lorsque, un demi-­siècle après la création de l'Union européenne, on rédigea sa Consti­tution, il eût été naturel pour les Églises chrétiennes de s'attendre à ce que le rôle du christianisme en tant qu'une des valeurs europée­nnes, soit inclus dans le document sans empiéter sur la nature sécu­lière des autorités d'une Europe unifiée. Mais, comme nous le savons, il n'en fut rien. L'Union européenne, en rédigeant sa Constitution, refusa de men­tionner son héritage chrétien, pas même dans le préambule de ce document. Je crois fermement qu'une Europe qui a renoncé au Christ ne sera pas capable de préserver son identité culturelle et spirituelle. [...]

Un monopole du principe séculier a pris le dessus en Europe. Il se manifeste par l'expulsion de la vision du monde religieuse de l'espace public [...]

Dans l'Europe contemporaine, le sécularisme militant s'est trans­formé en pouvoir autonome qui ne tolère aucune contestation. Il permet à des groupes minoritaires bien organisés d'imposer avec suc­cès leur volonté à la majorité sous prétexte de respecter les droits de l'homme. Aujourd'hui, les droits de l'homme, dans leur essence, sont devenus un instrument pour manipuler la majorité, et le combat pour les droits de l'homme une dictatu­re de la minorité sur la majori­té. Malheureusement, il nous faut constater que ce ne sont pas des incidents isolés, mais désor­mais un système normatif de valeurs soutenu par les États et par les institutions de l'Union européenne. [...]

Je crois important que les chré­tiens en Europe se tiennent coude à coude pour défendre ces valeurs sur lesquelles la vie du continent a été édifiée pendant des siècles, et qu'ils considèrent les douleurs et la détresse des chrétiens du monde entier comme les leurs propres."

mercredi 27 septembre 2017

Correction filiale: quelques notes d'un signataire

Correction filiale: quelques notes d'un signataire

Correction filiale: quelques notes d'un signataire

... le Père Hunwicke. On assiste au retour des "écoles" et des partis dans l'Eglise, et il se trouve que le Pape est le chef de l'un de ces partis. Ce qui crée une situation inédite (27/9/2017)

>>> Liste des signataires (où figure le nom du prêtre anglais): www.correctiofilialis.org/fr/signataires/

>>> Correction filiale: dénigrer les signataires

Corrections Filiale: quelques notes personnelles

Father John Hunwicle
liturgicalnotes.blogspot.fr
25 septembre 2017
Ma traduction

* * *

La Correctio représente un retour à une époque de débat robustes et énergiques entre différentes tendances théologiques, ou "écoles", au sein de l'Église.

Il est maintenant très clair que nous avons de nouveau des "écoles".... un Parti Bergoglianiste... dans l'Église latine. Tout comme jadis, les Franciscains se sont opposés aux Dominicains... et les Jésuites aux Jansénistes...

La différence, dans notre situation actuelle, est que l'une de ces "écoles" ou partis - le bergoglianisme - est dirigée par le Pontife romain lui-même (ou bien par des individus qui se sont eux-mêmes mis en position de pouvoir manipuler la charge papale). C'est déroutant; Christifideles n'ont pas l'habitude de faire la distinction entre ce que le Pape fait en tant que chef d'un parti et ce qu'il fait en vertu de son ministère pétrinien. Mais nous n'avons pas d'autre choix que de travailler dans cette situation confuse. Le Pape est le patron, et c'est clairement comme cela qu'il veut les choses.

Amoris laetitia n'était évidemment pas un document Magistériel contraignant. Papa Bergoglio lui-même l'a dit au début (Paragraphe 3; il est amusant de voir que cette phrase, semble constituer l'une des affirmations les plus lucides et les plus claires du document!). Je cite (1):

"Confirmare volumus non cunctas doctrinales, morales, vel pastorales disputees per magisterii declarationes esse absolvendas."

Ma traduction [et mes commentaires]:

"Nous [notons le pluriel de majesté] souhaitons confirmer [un terme formel, juridique] que les controverses doctrinales, morales ou pastorales [un terme qui rappelle les débats entre différentes tendances théologiques dans les écoles médiévales] ne doivent pas toutes être résolues à travers des déclarations [un terme ayant une longue histoire dans les documents du Magistère] du Magistère".

Comme l'a précisé le Cardinal Müller quand il était Préfet de la CDF, si le pape souhaitait mettre de côté ce que ses prédécesseurs avaient formellement mis en place, il devait le faire avec clarté et de manière explicite. Non seulement le pape François ne l'a pas fait, mais il a dit clairement, dans la phrase que je viens de présenter, qu'il n'avait pas l'intention de le faire.

Les portions d'Amoris laetitia dont il a été démontré, du moins prima facie [à première vue], qu'elles contredisent le Magistère mis en place par les papes récents et antérieurs, ne sont clairement rien de plus que les déclarations des opinions d'un seul parti au sein de l'Église Militante ici-bas, le Parti Bergoglianiste.

La Correctio filialis reprend l'invitation implicite du Saint-Père à entrer dans ces disputationes sur des questions qui, de l'avis professé par lui et son parti, ne sont pas résolues.

Et la Correctio participe à ce dialogue stimulant en faisant valoir que les questions particulières que le Parti Bergoglianiste considère comme encore ouvertes ont déjà été résolues par le Magistère irréformable de l'Église.

Rien de compliqué, n'est-ce pas?

NDT

(1) Le P. Hunwicke cite (évidemment!!) le texte en latin. La traduction officielle en français (et dans les différentes langues vernaculaires), sur le site du Vatican est un peu différente et en particulier n'utilise pas le pluriel de majesté.